Chiesa SS Pietro e Paolo d' Agrò
Fuori
dal centro abitato, nella contrada San Pietro, sulla
sponda sinistra del Torrente Agrò, a 3 Km da Casalvecchio
Siculo, si staglia, maestosa, circondata da lussureggianti
agrumeti, una Chiesa, testimonianza di una civiltà di
molti secoli fa e simbolo di un’epoca che sapeva
identificarsi nell’arte e nella cultura.
E’ la Chiesa, monumento nazionale, dei SS. Pietro e
Paolo d’Agrò, gioiello dell’architettura bizantina,
araba e normanna, i cui stili riescono a fondersi e
mettere in risalto, lungo i prospetti, un’estasiante
policromia di pietre bianche arenarie e nere laviche.
Perla d’arte del comune casalvetino, oltre che decoro e
vanto della collettività, che ne va molto fiera e ne fa un
motivo di legittimo orgoglio, il Tempio è il monumento più
importante dell’intera vallata ed è divenuto nel tempo
l’elemento simbolo dei comuni della Valle d’Agrò. E’ un
punto di riferimento per i turisti in cerca di spunti
fotografici, per appassionati d’arte e di architettura,
per studiosi ed uomini di cultura, che, in questa Chiesa
trovano un capolavoro che “… per il suo pregio
artistico viene considerata fra i più interessanti
monumenti della Sicilia e, senza esagerazioni, del mondo”
(parole pronunciate dal Prof. Pietro Lojacono,
sovrintendente alle belle arti di Catania, nel 1960).
Sembra che il tempio sia stato realizzato intorno al 560
dai Frati Basiliani, ma venne totalmente distrutto
dagli arabi alcuni secoli dopo. La conferma della data di
riedificazione viene dal “Diploma di Donazione” con il quale Ruggero II nel 1116 ne dà concessione agli stessi frati. In questo
documento si legge, infatti, che il Re, ritornando da
Messina a Palermo, durante una sosta in Scala S. Alexi
(l’attuale S. Alessio S.), fu avvicinato da un monaco
venerabile, Abate Gerasimo, che chiese al giovane
sovrano la facoltà e l’aiuto di riedificare il tempio.
Ruggero II concesse ai frati basiliani il permesso di
riedificare la Basilica nel luogo dove sorgeva già da
vecchia data, essendo stata saccheggiata ed abbattuta
durante l’invasione Araba.
Fu fatta, quindi, ricostruire col Monastero basiliano
adiacente nel 1117, grazie alla magnanimità del Re
normanno.
In seguito ai danneggiamenti subiti durante il terremoto
del 1169, che scosse l’intera Sicilia orientale, la Chiesa
venne rinnovata nel 1172 dall’architetto francese Gherardo, che indubbiamente apportò nuovi ed esclusivi
elementi stilistici ed architettonici.
Lavori di restauro che, come giustamente osserva il
Lojacono, sono realizzati su un organismo costruttivo,
cioè su una struttura, già esistente, pertanto, il corpo
principale della Chiesa sarebbe opera di un architetto
rimasto ignoto, che ha saputo fondere in un perfetto
connubio elementi di arte bizantina, araba e normanna.
Della datazione dell’ edificio, fa fede l’ epigrafe incisa
sull’architrave del portale principale, dove si legge in
greco antico:
“ fu ricostruito questo tempio dei SS.
Pietro e Paolo da Teostericto Abate di Taormina a proprie
spese. Possa iddio ricordarlo nell’ anno 6680 (1172). Il capo
mastro, Gherardo il Franco ”.
Vicino alla Chiesa vi era un grande monastero, dove
presero alloggio i monaci si S. Basilio. Il monastero
divenne, in breve tempo, non soltanto un centro di potere
religioso ma anche giudiziario e politico (l’abate era
membro del Parlamento Siciliano). In base al Diploma
di Donazione con il quale Ruggero II assegnava dei
beni al monastero basiliano, esso godeva di ogni esazione
fiscale e possedeva vasti territori. Grazie al monastero ,
la vita fu fervida nella vallata dell’Agrò. Esisteva qui
una ricca biblioteca ove i monaci basiliani studiavano ed
insegnavano. I missionari si prodigarono a farlo divenire
un centro di studi scientifici, artistici, umanistici e di
sperimentazioni agricole. Per più secoli, proprio questo
luogo , fu sede culturale fra le più importanti del
messinese.
Purtroppo, la parte più rilevante della biblioteca,
costituita da preziosi codici manoscritti, miniati e libri
antichissimi, furono portati via dagli spagnoli, dopo la
repressione, a causa della fallita rivolta messinese
contro la Spagna.
Alcuni manoscritti e pergamene si trovano oggi presso la
Biblioteca Regionale Universitaria di Messina. Una parte
delle opere custodite nella biblioteca costituito da
preziosi codici manoscritti miniati del secolo XI e XII,
precisamente in numero di 35, sono stati recentemente
ritrovati in Spagna, presso il monastero di S. Lorenzo
all’ Escuriale ed altri alla Biblioteca Apostolica
Vaticana. Si tratta di una scoperta rilevante che
testimonia l’importanza storica e culturale di questa già
invidiabile opera architettonica.
L’opera dei monaci venne a cessare verso il finire del
1794, quando i basiliani abbandonarono la vallata dell’Agrò
resa, nel frattempo, malsana dal sopraggiungere di
epidemie, trasferendosi a Messina nel convento dei PP.
Domenicani di S. Girolamo (poi completamente distrutto nel
terremoto del 1908). L’ampio convento, lasciato nei tempi
all’ incuria, attualmente è interessato da un intervento
di ristrutturazione ad opera della Sovrintendenza dei Beni
Culturali di Messina, con l’intento di riportarlo
all’antico splendore.
Il monumento dei SS. Pietro e Paolo, rappresenta uno dei
monumenti siciliani più complessi: è infatti una sintesi
di elementi di arte bizantina, araba e normanna con i
muri, di arenaria, calcare, pietra lavica, tufo, cotto,
pomice, in mattoni rossi, bianchi e neri che si rincorrono
sulle pareti e nelle archeggiature delle facciate formando
motivi decorativi semplici ed eleganti unici nel loro
genere, che, trasferendosi anche all’interno, sottolineano
la lineare essenzialità delle colonne monolitiche
sormontate dai capitelli, che segnano le navate. Lungo la
navata centrale si elevano due cupole: una più alta ed
ondulata a spicchi, l’altra, nell’area del transetto, più
bassa ed a pianta ottagonale. Quattro dovevano essere in
origine le cupolette della Chiesa: due sulle torricelle
del prospetto (oggi scomparse), una sopraelevata su un
tamburo al centro della navata, sorretta da quattro
colonne ed alta mt 17,22, ed una sul transetto, sorretta
da due pilastri e da due semipilastri terminali, ed alta
mt 15,10.
Il professore Stefano Bottari, uno dei più insigni
storici del nostro secolo, così scrive tra l’altro “la
bizzarra policromia, ottenuta per mezzo del mattone, della
lava e della pietra bianca, adoperati per la costruzione
ed intrecciati armoniosamente, acquista allo snello
edificio una fisionomia veramente suggestiva e pittoresca
… esso è a tre navate terminate da tribune semicircolari
rivolte ad oriente. L’abside centrale è esternamente
rettangolare. Nelle varie campate del suo tetto, nel
senso, cioè, dell’asse della chiesa, si ammirano due
cupolette con all’interno accenni di soffitti a stalattiti
…” lo stesso rileva che “dal lato architettonico, dopo le
grandi cattedrali, il monumento più complesso della
Sicilia normanna è costituito dalla chiesa dei santi
Pietro e Paolo d’Agrò e che essa si pone come l’esempio
più significativo e perfetto di tutta la serie di
costruzioni basiliane della nostra Sicilia”.
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